FONDI & GESTIONI

Agli investitori che non posseggono risorse e o cognizioni sufficienti
ad attuare una adeguata gestione e diversificazione del rischio,
viene spesso proposta la sottoscrizione di fondi comuni di investimento
o di gestioni individuali personalizzate.

Tali forme di "risparmio gestito" il più delle volte risultano assolutamente inadeguate
a servire gli interessi dell'investitore a causa dei costi elevati caricati sul cliente:
amministrazione, gestione del patrimonio, reti di distribuzione, pubblicità.

A questo si aggiunga che, nella maggior parte dei casi il risultato netto finale
risulta inferiore ai parametri di riferimento (Benchmark) scelti:
ad esempio un indice di borsa come lo Standard&Poor's.

Ragion per cui, per un investitore intenzionato a diversificare,
pur essendo privo di grandi capitali e della necessaia cononoscenza del mercato,
la scelta più conveniente rimane sempre quella dell'acquisto di Index ETF,
 vale a dire di azioni quotate in Borsa che rappresentano quote di fondi di investimento,
non gestiti, che replicano l'andamento e il rendimento di un indice finanziario.

Con gli Index ETF, i costi di entrata e di uscita sono limitati alle commissioni di acquisto e di vendita,
esattamente come per qualsiasi altra azione quotata;  mentre i costi amministrativi pagati dalla società
 sono quantificabili fra lo 0,1 e lo 0.3% annuale, non dovendo remunerare né gestori né di reti di distribuzione.

Infine, con gli Index ETF, le modalità di investimento e di disinvestimento
hanno la stessa immediatezza e la stessa semplicità di qualsiasi investimento azionario diretto.
Pensate ai modi, ai tempi e ai costi necessari per investire e disinvestire da un fondo comune di investimento!


IL CASO ITALIANO

Nel mese di luglio 2005, Mediobanca ha pubblicato il suo annuale rapporto su 1247 fondi comuni di investimento italiani dal quale risulta che il rendimento medio di tali fondi è stato inferiore dell´1,4 per cento rispetto ai loro stessi parametri di riferimento e che dal 2000 a oggi i fondi italiani nel loro insieme, ma anche come categorie varie, non sono mai riusciti, nemmeno una volta, a fare meglio dei parametri di riferimento da essi stessi indicati.


Dallo stesso rapporto, inoltre, risulta che nell'ultimo anno i costi di gestione sono cresciuti del 4.6%, arrivando ad assorbire il 28 per cento dei proventi lordi del portafoglio! Come se non bastasse, a questi costi vanno aggiunti gli elevati costi per il disinvestimento ovvero per il cambio di fondo o di gestore (Switching Costs).

Questo, senza tener conto di eventuali comportamenti scorretti ma comunque possibili. Le società di gestione, essendo quasi sempre controllate da gruppi bancari o finanziari che detengono portafogli di investimenti e di partecipazioni in conto proprio, possono essere tentate a scaricare nei portafogli della clientela la spazzatura della loro casa madre.

A questo proposito, Beppe Scienza, docente di matematica finanziaria all'Universitá di Torino nonché autore del bestseller Il risparmio tradito, in una intervista pubblicata dalla rivista Valori del luglio 2005, dichiara: "In realtá il discorso é piú generale e riguarda quella realtá parassitaria che in Italia si chiama risparmio gestito. Il problema é che tali fondi sono gestiti dalle stesse societá che da oltre vent'anni prosperano alle spalle dei risparmiatori, ovvero danneggiandoli." "Si veda il caso del San Paolo Imi: la Consob li ha scoperti con le mani nel sacco mentre facevano guadagnare un fondo a danno di altri. Per giunta i capi della societá di gestione e della banca hanno sostenuto di non essersi accorti di nulla. Come dire? Da un lato malversazioni, dall'altra dichiarata incapacitá di tenere sotto controllo la situazione."
(vedi: www.beppescienza.it)

Nel febbraio del 2008, il Corriere della Sera  titolava: "Nel 2007 53 miliardi in fuga dai fondi: in un anno il patrimonio complessivo investito è sceso del 5,8% a 570 miliardi". Mentre il Sole 24ore  rilevava che non solo la situazione dei fondi azionari era ulteriormente peggiorata, ma che la delusione coinvolgeva persino i fondi obbligazionari che investivano in titoli di stato a breve termine, dove costi e commissioni avevano praticamente prosciugato i miseri ma sicuri guadagni da interessi! Diffidare,quindi, di tali strumenti è quindi un atto di saggezza.



I FONDI AMERICANI QUOTATI

I Closed-end Funds (da non confondersi con i fondi comuni di investimento americani chiamati Mutual Funds o anche Open-end Funds) sono società, le cui azioni sono regolarmente quotate in Borsa, che usano il proprio capitale sociale per fini di investimento. Tecnicamente sono degli ETF (Exchange Traded Funds) che, a differenza degli Index ETF la cui ragion d'essere è quella di replicare un indice, sono gestiti sulla base di precise strategie di investimento. Strategie che non vengono condizionate da una ottica di breve periodo imposta dai flussi di investimento e disinvestimento che caratterizzano tutti i fondi comuni.

Naturalmente i costi di gestione che gravano su un Closed-end Fund - normalmente nell'ordine del 1,2% annuo - sono più elevati rispetto a quelli quasi inesistenti di un Index ETF. Ma infinitamente inferiori, ad esempio, a quelli dei fondi comuni italiani evidenziati dal rapporto Mediobanca: costi medi pari al
28 per cento dei proventi lordi del portafoglio.

Rispetto agli Index ETF, i Closed-end Funds risultano convenienti in particolari settori di investimento dove la conoscenza, la tempestività e l'abilità del gestore nel variare la composizione del portafoflio possono far premio rispetto alla rigidità di composizione tipica degli indici. E quindi, in particolar modo, in settori altamente dinamici come - ad esempio - quello dei mercati emergenti: Cina, India, Russia, Brasile, etc.

Con i Closed-end Fund, investimento e disinvestimento
hanno la stessa immediatezza, la stessa semplicità e gli stessi costi di un investimento azionario diretto, mentre le normative a protezione degli investitori contro frodi e manipolazioni del mercato sono severissime. Insomma, per così dire,
un altro mondo!











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