Oggi tutti quanti sono concordi nell'affermare che nel futuro il fabbisogno energetico del pianeta sarà soddisfatto grazie
alle tecnologie che permettono lo sfruttamento dell'elemento più diffuso nell'universo: l'idrogeno.
Oltre alla illimitata disponibilità della materia prima, l'energia prodotta grazie all'idrogeno presenta di fatto molti vantaggi:
primo fra tutti la circostanza che non inquina l'ambiente né con emissioni nocive né con rifiuti tossici.
Le tecnologie dell'idrogeno sono attuali, non futuribili: hanno solo bisogno di essere prodotte in serie e diffuse nel mercato
al fine di divenire convenienti anche dal punto di vista economico.
Il prototipo di un telefonino cellulare da 50$, costa milioni sino a che non inizia la sua produzione in serie. Così accade
anche per le applicazioni dell'idrogeno nel campo dell'autotrazione e, più in generale, della produzione di energia elettrica.
La questione, quindi, non è tecnica: è politica. Il fatto che la geopolitica del XXI secolo sia dominata dal problema degli
approvvigionamenti petroliferi, invece che della progressiva sostituzione degli stessi, resta tuttora un fatto inspiegabile per
tutti gli uomini di buona volontà.
Investire nelle tecnologie dell'idrogeno, e più in generale nelle fonti di energia rinnovabile e non inquinante, rappresenta
quindi una scommessa sul futuro cambiamento della politica energetica del pianeta. Cambiamento tanto più improrogabile,
quanto più rapido cresce lo sviluppo di economie emergenti come quelle di Cina, India e Brasile.
Il petrolio per molti anni ancora sarà una risorsa relativamente abbondante. Lo stato di salute dell'ecosistema planetario,
però, non può più aspettare. Quindi, la corsa all'occupazione delle residue riserve petrolifere da parte di alcuni gruppi di
potere, appare oggi come una battaglia di retroguardia sotto tutti gli aspetti.
|