l'America dei Democratici


vademecum per gli investitori













il vento è cambiato


Le elezioni americane di medio termine hanno visto il prevalere del partito Democratico, che ha conquistato la maggioranza assoluta sia al Congresso che al Senato.  La sonora sconfitta dei Repubblicani neoconservatori, che ha avuto come primo effetto le dimissioni del segretario alla difesa Donald Rumsfield, cambierà la politica degli Stati Uniti sia in patria che nel resto del mondo.

George W. Bush resterà presidente ancora per due anni, ma il suo campo d'azione sarà grandemente limitato dal potere attribuito alle due camere. Come si usa dire negli States, il presidente in carica non sarà altro che "un'anatra zoppa" alla quale verranno di fatto impedite nuove levate di genio. Questo hanno deciso gli elettori.


D'altra parte, che lo scontento degli americani verso la politica interna ed internazionale dell'amministrazione Bush, non fosse un fenomeno limitato ai movimenti pacifisti ed ecologisti, lo si intuiva già prima delle elezioni che hanno portato il partito Democratico a conquistare la maggioranza al Congresso ed al Senato. Lo si intuiva, non solo dal lavoro dei sondaggisti, ma anche dal flusso dei finanziamenti elettorali.

Per esempio,
per la prima volta in dodici anni Wall Street ha sostenuto il partito Democratico versando mediamente più contributi di quanti invece erogati al partito Repubblicano. Secondo dati resi noti dalla Federal Election Commission,  banche d'affari e società di brokeraggio hanno donato ai democratici 24,8 milioni contro i 22,5 milioni di dollari incassati dai repubblicani. Il dato non è privo di significato, se si pensa all'entusiamo quasi plebiscitario con il quale Wall Street aveva nel 2000 sostenuto la campagna presidenziale di Bush.


Il fatto è che il
fallimento geopolitico dei neoconservatori non si limita alla disatrosa situazione mediorientale ma  si estende anche alla circostanza che gli Stati Uniti in questi anni di amministrazione repubblicana hanno perduto una parte consistente dei buoni rapporti che avevano con il resto del mondo, portando l'immagine della nazione al punto più basso da molti decenni.

La perdita di influenza americana in Africa, America Latina e Asia è diretta conseguenza di un progetto politico concentrato principalmente sul controllo delle riserve energetiche mediorientali. I lettori che hanno seguito le nostre precedenti analisi di geopolitica sanno bene  quale fosse la strategia dell'aministrazione Bush, basata sul programma ideato dai neo conservatori nei primi anni novanta e reso pubblico nel 1997:

1) affermare l'assoluta supremazia morale, politica, economica e militare degli Stati Uniti sul mondo intero.
2) liberarsi dei vincoli imposti dal ruolo dell'Onu, in particolare dal Consiglio di Sicurezza.
3) impostare le relazioni internazionali su trattati bilaterali, in maniera da avere il maggior peso contrattuale possibile.
4) frenare la crescita politica, economica e militare dell'Unione Europea.
5) creare un Grande Medioriente retto da regimi amici, con centro capitale Bagdad, esteso dal mediterraneo all'oceano indiano e dal mar Caspio al golfo persico, al fine di controllare una regione con le maggiori riserve energetiche del pianeta

(http://www.newamericancentury.org)


Una strategia obsoleta che prevedeva un mondo unipolare e non prendeva neppure in ipotesi l'emergere della potenza economica della Cina, né tantomento di quella dell'India; che considerava l'America Latina come il proprio "orto di casa" e la Russia come  una potenza in rapido declino. Una cecità ispirata dall'arroganza di chi sognava di costruire un'impero mondiale basato sulla forza, senza peraltro averne a sufficienza.

Basti pensare al fatto che per trovare una via di uscita dall'Iraq, la commissione bipartisan presieduta dall'ex segretario di stato, il repubblicano James Baker, suggerisce di chiedere aiuto a Siria e Iran; sino a ieri definiti da George W. Bush "stati canaglia" nonché membri effettivi del cosiddetto "asse del male"!


Il vento è cambiato, così ogni investitore si interroga su
quali saranno i comparti di investimento favoriti dal nuovo ciclo politico e quali invece verranno in qualche modo penalizzati. Di questo ci occuperemo nelle pagine seguenti: buona lettura.


introduzione - pagina 1
politica economica - pagina 2
politica energetica - pagina 3
ricerca scientifica - pagina 4


pagina seguente

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