Fra Stati Uniti ed Europa è in corso una vera e propria guerra economica combattuta con l'arma più micidiale:
quella valutaria. Una guerra in cui vince chi ha la moneta che perde di più. Intanto, fra i due litiganti, il terzo gode.
Laddove il terzo, in questo caso, è rappresentato dalla Cina.
Con la svalutazione di fatto del dollaro attuata in questi anni, le economie dei paesi dell'Unione Europea e del
Giappone vengono infatti messe a dura prova. Se poi, alla minor competitività delle loro esportazioni, si somma
il raddoppio del costo del petrolio ed il vertiginoso aumento dei prezzi delle materie prime, ben si comprende
come le due aree economiche tradizionalmente concorrenti con quella americana registrino tassi di sviluppo da
paesi al limite della stagnazione.
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La strategia americana persegue chiare finalità politiche ed economiche: mettere in difficoltà i paesi concorrenti
difendendo così la propria posizione dominante e contemporaneamente finanziare la voragine aperta nei conti
pubblici dall'amministrazione in carica. Una strategia vincente, dal punto di vista americano, se non si fosse nel
frattempo presentato un terzo incomodo piuttosto ingombrante: la Cina.
Negli anni 90 del secolo XX, all'epoca della messa a punto del progetto politico dei neoconservatori americani
oggi al potere, si prevedeva certo un forte sviluppo dell'economia cinese, non però con la rapidità e nella misura
che oggi tutti conosciamo. Il mondo gira veloce, ma i conservatori, per definizione, non amano il cambiamento.
Così la loro obsoleta strategia, sia pur con qualche aggiustamento, continua ad essere attuata.
La Cina, avendo una moneta agganciata alla valuta americana al cambio fisso di 8,3 yuan per dollaro, aggiunge
quindi al suo già portentoso sviluppo industriale il vantaggio commerciale di una valuta debole. Questo irrita
l'amministrazione americana, anche perché la Cina si è costruita una posizione apparentemente inattaccabile
sotto molti aspetti, fra i quali, l'essere sede d'investimenti multimiliardari americani, europei e giapponesi.
Oggi la Cina è il vero motore dell'economia mondiale con uno sviluppo così impetuoso che il suo governo sta
attuando misure per rallentarlo. Danneggiarlo significherebbe danneggiare tutti ed in primo luogo gli stessi Stati
Uniti che, fra l'altro, hanno buona parte del loro debito pubblico finanziato dal reinvestimento del surlpus
commerciale cinese. In pratica, senza i capitali cinesi, la politica del doppio deficit attuata dai neoconservatori
americani non sarebbe attuabile.
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