ROMPICAPO CINESE
scenari possibili e conseguenze pratiche per gli investitori
falsi problemi, stupide ricette
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Come abbiamo visto a pagina 1 nel giro di pochi anni la Cina potrebbe diventare la prima potenza economica
mondiale, circostanza che politicamente non piace coloro i quali erano abituati a ritrovarsi nel ristretto club dei
paesi più industrializzati. l parvenu danno sempre un po' fastidio, specie quando superano i maestri.
Così, negli ultimi tempi, in varie parti del mondo, l'opinione pubblica è stata portata a vedere la crescita cinese
un problema e non come il fattore che, per ben due volte in meno di dieci anni, ha evitato all'economia mondiale
di sprofondare in una pesante recessione.
All'opinione pubblica si parla di concorrenza sleale dovuta al basso costo del lavoro, alla sottovalutazione della
moneta cinese ed all'industria dei cloni. Questi, a nostro parere, sono falsi problemi generati da un'ottica miope.
Altri e ben più grandi sfide dovranno affrontare le economie occidentali nei prossimi anni!
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1.
la manodopera a basso costo
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La prima obbiezione sollevata dai paesi più industrializzati di fronte all'inarrestabile crescita cinese è quello del
cosiddetto dumping sociale: vale a dire la circostanza che la forza lavoro cinese sia meno costosa e meno
tutelata che negli Stati Uniti e in Europa.
La contraddizione sta nel fatto che proprio gli investimenti americani ed europei, alla ricerca di una manodopera
meno costosa, hanno fatto della Cina il primo paese al mondo per investimenti esteri diretti nel suo territorio. Di
conseguenza, ogni aumento del costo della manodopera cinese finirebbe inevitabilmente per sortire degli effetti
a danno di quelle società industriali nazionali, americane ed europeee, che si vorrebbero proteggere.
Curiosamente, poi, Stati Uniti ed Europa, non sollevano lo stesso problema per altri paesi asiatici, africani e
dell'america latina, dove la situazione è analoga. Evidentemente, danno meno fastidio.
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2.
la sottovalutazione del tasso di cambio
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Negli anni 1997 e 1998, le più rampanti economie asiatiche dell'epoca, le cosiddette Tigri d'Asia, si trovarono
ad affrontare una grave crisi economica. In quella occasione, il mondo intero pregò la Cina di non svalutare la
sua moneta per evitare un tracollo dell'economia regionale che si sarebbe esteso a livello planetario.
Da allora la moneta cinese (chiamata yuan ma anche renminbi ) è rimasta ancorata al dollaro americano ad un
tasso di cambio fissato a 8,28 yuan per dollaro: sia nell'era Clinton, quando la valuta americana era in costante
ascesa, sia durante la grande svalutazione del dollaro voluta dall'amministrazione Bush per mettere in difficoltà
le economie europee (vedi, a questo proposito, l'articolo: minidollaro e maxieuro).
Naturalmente, da questa politica americana, la Cina ha tratto ulteriore vantaggio in termini di competitività delle
proprie merci. Ma è quantomeno singolare che siano proprio gli Stati Uniti, oggi, a fare pressioni perchè venga
la quotazione dello yuan venga sganciata da quella del dollaro, dopo aver condotto l'Argentina alla rovina
obbligandola a mantenere fisso il cambio con il dollaro.
La Cina, però, non è un paese sudamericano: l'orto di casa dove gli economisti della scuola di Chicago usano
fare esperimenti sulle loro teorie monetariste con la copertura del Fondo Monetario Internazionale. La Cina ha la
forza necessaria per decidere quando e come sciogliere il legame della sua valuta al dollaro, seguendo solo la
propria convenienza. La Cina non è infatti soltanto la principale meta di investimento per l'industria americana,
ma è anche il secondo creditore al mondo del debito pubblico americano.
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Il 21 luglio 2005, a sorpresa, la Banca Centrale Cinese ha rivalutato il cambio sul dollaro del 2,1%, annunciando
che da ora in poi il cambio sarà determinato da un sistema fondato sulla domanda e l’offerta del mercato riferito
ad un paniere di valute non specificate. Alcuni esperti sostenevano che questa era solo una prima mossa, in
quanto la rivalutazione avrebbe dovuto raggiungere il 10% entro i prossimi dodici mesi. Altri sostennero che lo
yuan risulta sottostimato di quasi il 30%.
Entrambe le previsioni sono state smentite dai fatti: nel mese marzo 2007 lo yuan quotava 7,746, quindi la sua
rivalutazione in due anni è stata inferiore al 6,5%. Ragio per cui, meglio non fare previsioni: Il futuro dello yuan lo
conoscono solo le autorità monetarie cinesi...
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Da rilevare in ogni caso che una eventuale forte rivalutazione dello yuan, conseguente all'abbandono del sistema
di cambio fisso, avverrebbe quasi esclusivamente nei confronti del dollaro in quanto le riserve valutarie cinesi
finirebbero inevitabilmente per veder crescere la quota investita in altre valute, soprattutto euro e yen.
Questo non solo non apporterebbe benefici all'economia europea, ma provocherebbe addirittura delle ulteriori
difficoltà: di fronte ai minori flussi di acquisto di dollari provenienti dalla Cina, il dollaro potrebbe subire un
ulteriore deprezzamento su di un euro già oggi sopravvalutato. Proprio quello che desiderano i neoconservatori
americani per frenare la crescita politica ed economica europea.
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3.
l'industria dei cloni
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Copiare, copiano tutti. Americani, europei e giapponesi sono alla continua ricerca di prodotti di successo da
realizzare studiando i prodotti della concorrenza. Che cos'è la Pepsi Cola se non un clone della Coca Cola?
Che cosa è stato all'inizio Stefanel se non un clone di Benetton? E i giapponesi come hanno incominciato?
Per quanto riguarda l'industria dei falsi veri e propri, realizzati quindi con il marchio contraffatto di un'altra ditta
magari di alta moda, attività nella quale un paese industrializzato come l'Italia è stato un leader incontrastato per
oltre mezzo secolo, il danno provocato è più che altro apparente.
Chi vede nella borsetta di Luis Vuitton venduta a pochi soldi sulle bancarelle una concorrenza sleale, ritiene che,
in assenza di bancarelle, la casalinga che torna dal mercato con la spesa sia una cliente rubata alla celebre
maison francese. Ovviamente, questa è una grande stupidaggine.
Nessuno invece parla del vantaggio che l'industria della moda trae dal mercato dei falsi: non appena un modello
appare sulle bancarelle, le clienti raffinate smettono di usarlo e corrono a comprane uno nuovo, autentico e non
ancora imitato, per non confondersi con la casalinga di cui sopra.
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4.
la tentazione protezionista
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Il protezionismo è una ideolgia economica che poteva funzionare al massimo nel XIX secolo. Ed anche allora
funzionava male. La chiusura verso l'esterno di un mercato nazionale ha sempre prodotto ignoranza, miseria e
spesso anche conflitti armati: "Dove non passano le merci, passano gli eserciti" scriveva Frédéric Bastiat, un
economista francese vissuto nel XIX secolo.
Chi oggi invoca chiusure, dazi e ritorsioni, per contenere le importazioni dalla Cina vuole innescare una reazione
a catena che inevitabilmente gli si ritorcerebbe contro. La ricetta è semmai potenziare le proprie esportazioni
verso quel mercato, non certo chiudere le porte in faccia al maggior acquirente di merci, beni strumentali e
materie prime del pianeta.
Questo, anche perché la vera sfida dei prossimi anni non sarà incentrata su chi vende più magliette, mutande e
paccottiglie varie, ma sul controllo degli standard tecnologici di produzione. Come cerchiamo di spiegare nella
pagina che segue.
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ROMPICAPO CINESE
la lunga marcia dell'economia cinese - pagina 1
falsi problemi, stupide ricette - pagina 2
il vero futuro problema - pagina 3
la grande sfida - pagina 4
le scelte per l'investitore - pagina 5
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