Nelle pagine precedenti, abbiamo visto come la situazione e le prospettive dell'economia cinese siano quanto
di meglio si possa immaginare. Questo anche se la nostra previsione è che in futuro il governo cinese cercherà
di frenare una crescita sin qui tumultuosa, al fine di trovare un punto di equilibrio fra uno sviluppo sostenibile nel
lungo periodo ed il miglioramento delle condizioni economiche delle zone più povere del paese. Il tutto, per
evitare l'esplosione di conlitti sociali dagli effetti potenzialmente devastanti per il governo stesso.
Non dimentichiamoci che gli orientali ragionano a decadi e che giusto nel 2008 scade il trentennale della lunga
marcia di avvicinamento dell'economia cinese a quello che un tempo veniva definito sistema capitalistico, ed
ora invece libero mercato. Così come non dobbiamo mai scordare che la cina è tuttora una repubblica popolare
retta da un governo comunista. Quindi non è difficile ipotizzare una seconda fase nella quale, alla priorità dello
sviluppo a tutti i costi, si sostituisca quella di ridurre gli squilibri interni.
Questo non significa che l'economia cinese smetterà di crescere, significa che probabilmente crescerà meno
velocemente, frenata da una stagione di grandi riforme sociali a questo punto improcrastinabili. Non aspettatevi,
però, bruschi cambi di direzione: i cambiamenti saranno all'inizio quasi impercettibili, come impercettibili furono
all'inizio i cambiamenti innescati dalle riforme di liberalizzazione del mercato del 1978. Gli orientali sanno agire
con pazienza, costanza, metodo e precisione. Una virtù purtroppo quasi sconosciuta a noi occidentali moderni.
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In un'ottica di diversificazione geografica del proprio portafoglio azionario, prendere in considerazione anche
l'ipotesi di impiegare una frazione del capitale destinato ai mercati emergenti in titoli cinesi, è una scelta quasi
obbligata. La nostra opinione - che vale solo come tale - è che la diversificazione geografica di un portafoglio
azionario a rischio medio dovrebbe prevedere un 70% del capitale investito in titoli dei paesi più industrializzati
(Stati Uniti, Unione Europea, Giappone) ed un 30% riservato ai mercati emergenti.
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Naturalmente si tratta di indicazioni di massima, poiché nulla vieta di investire, per esempio, in Corea o in Cile.
Chi non ha tempo, voglia o capitali sufficienti ad effettuare una doverosa diversificazione nell'investimento in
titoli latinoamericani, può come sempre agire tramite ETF.
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