EUROSTALLO
scenari possibili e conseguenze pratiche per gli investitori

I GOVERNI EUROSCETTICI
















la tradizione inglese


La Gran Bretagna nel secolo scorso si oppose con grande coraggio al folle progetto di conquista del mondo da parte dell'asse Roma Berlino Tokyo. Nel nuovo secolo, al contrario, appoggia il disegno di supremazia sopra il mondo intero dei neoconservatori americani. Forse, non lo condivide, ma comunque lo appoggia con la forza e l'autorevolezza che gli deriva dal suo peso economico e politico.

Il gioco di Londra rientra nella tradizionale politica inglese, contraria da sempre ad una unificazione politica del continente europeo. Unificazione, sentita ancora oggi come una minaccia. Ora, se questo sentimento poteva essere compreso al tempo in cui i tentativi di unificazione venivano attuati dai cannoni di Napoleone Bonaparte o dai panzer di Adolf Hitler, oggi tali timori appaiono del tutto incomprensibili.


Fatto sta che la strategia di Londra sin dall'inizio è stata quella di boicottare l'unificazione europea nonostante fossero invitati a parteciparvi sin dal 1951, anno di istituzione della Comunità Europea per il Carbone e l'Acciaio (CECA). Naturalmente non parteciparono neanche alla istituzione della Comunità Economica Europea nel 1957 ed anzi si prodigarono per farla fallire creando la European Free Trade Association (EFTA): una zona di libero scambio fra paesi non aderenti alla CEE.



Nel 1972, visto che i tentativi di far danno risultavano vani e per certi aspetti controproducenti, presero atto della situazione e con pragmatismo tipico anglosassone aderirono alla CEE dove vennero accolti a braccia apertte, come i benvenuti. L'illusione degli europeisti fu che la Gran Bretagna si fosse convertita al sogno europeo.

Invece, da quel momento in poi, la maggior parte degli ostacoli all'unificazione venne proprio da Londra che continuò la sua vecchia politica, agendo però dall'interno delle istituzioni europee. Una politica che non cambia neppure il colore dei governi: Margaret Tacher era conservatrice, Tony Blair è laburista.

Con l'avvento al potere dei neoconservatori americani, nemici dichiarati del processo di unificazione europea, il "socialista europeo" Tony Blair si trovò quindi subito in sintonia. La tattica adottata è quella di boicottare in ogni modo l'integrazione politica e contemporaneamente spingere al massimo l'allargamento dell'Unione Europea per farla diventare ingovernabile.



Tutti gli europeisti in buona fede sono da sempre favorevoli ad accogliere nuovi paesi, ma l'entrata di nuovi paesi richiede anche un governo europeo che decida a maggioranza e non sia più sottoposto al ricatto dei veti incrociati dei singoli stati. Più si è, più di fatto è difficile mettere tutti d'accordo.

Ma per riformare l'Europa in tal senso ci vuole l'unanimità ed il veto britannico è sempre pronto a colpire, ogni qualvolta gli altri membri trovano un comune accordo. Salvo poi sottolineare il fatto che l'Unione Europea così non può funzionare. Da anni è questo l'eterno ritornello dei nemici interni dell'Europa che prima boicottano un accordo, e dopo criticano il fatto che non si sia raggiunto.













la tradizione italiana


Dopo la caduta del governo Aznar, ad appoggiare apertamente il piano antieuropeo di Bush e Blair, è rimasto solo il governo di Silvio Berlusconi che, dal momento del suo insediamento, non ha fatto che gettare discredito sulle istituzioni europee rompendo la tradizionale politica europeista dei governi italiani.

Non è la prima volta che, nella sua storia, l'Italia denuncia accordi e tradisce alleanze. Nel passato vi era almeno la giustificazione che, azioni politicamente e moralmente discutibili, servissero però al supremo interesse della nazione. L'Italia è il paese di Macchiavelli: il fine giustifica i mezzi.

Nel 1859 Camillo Benso di Cavour viola gli accordi di Plombières stipulati con l'alleato Napoleone III, ma lo fa per favorire il processo di unificazione politica italiana. Il 23 maggio 1915 il governo italiano dichiara guerra all'Austria Ungheria alla quale fino a tre giorni prima era legata da un patto di alleanza militare, ma lo fa per completare una unificazione politica giudicata ancora incompiuta. L'8 settembre del 1943, a metà della seconda guerra mondiale, il governo Badoglio stipula un armistizio con i nemici del giorno innanzi e si schiera contro i suoi precedenti alleati, ma lo fa ritenendo che questo agire possa evitare al paese  un maggior danno.

Dove sia l'interesse nazionale italiano nel tentativo di ostacolare il processo di unificazione politica europea, non è dato sapere. Eppure, per motivare un altrimenti incomprensibile agire, un qualche interesse ci deve essere. Comunque, noi non crediamo sia nell'intresse del paese preparare per l'Italia un futuro di tipo latinoamericano, assumendo il rango di provincia imperiale statunitense, in un'area di libero scambio controllata e gestita dal proconsole britannico. Così come non crediamo che un paese come l'Italia possa da solo reggere la grande sfida della globalizzazione: Benito Mussolini diceva "molti nemici, molto onore", si sa bene come andò a finire...


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