La Gran Bretagna nel secolo scorso si oppose con grande coraggio al folle progetto di conquista del mondo da
parte dell'asse Roma Berlino Tokyo. Nel nuovo secolo, al contrario, appoggia il disegno di supremazia sopra il
mondo intero dei neoconservatori americani. Forse, non lo condivide, ma comunque lo appoggia con la forza e
l'autorevolezza che gli deriva dal suo peso economico e politico.
Il gioco di Londra rientra nella tradizionale politica inglese, contraria da sempre ad una unificazione politica del
continente europeo. Unificazione, sentita ancora oggi come una minaccia. Ora, se questo sentimento poteva
essere compreso al tempo in cui i tentativi di unificazione venivano attuati dai cannoni di Napoleone Bonaparte
o dai panzer di Adolf Hitler, oggi tali timori appaiono del tutto incomprensibili.
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Nel 1972, visto che i tentativi di far danno risultavano vani e per certi aspetti controproducenti, presero atto della
situazione e con pragmatismo tipico anglosassone aderirono alla CEE dove vennero accolti a braccia apertte,
come i benvenuti. L'illusione degli europeisti fu che la Gran Bretagna si fosse convertita al sogno europeo.
Invece, da quel momento in poi, la maggior parte degli ostacoli all'unificazione venne proprio da Londra che
continuò la sua vecchia politica, agendo però dall'interno delle istituzioni europee. Una politica che non cambia
neppure il colore dei governi: Margaret Tacher era conservatrice, Tony Blair è laburista.
Con l'avvento al potere dei neoconservatori americani, nemici dichiarati del processo di unificazione europea, il
"socialista europeo" Tony Blair si trovò quindi subito in sintonia. La tattica adottata è quella di boicottare in ogni
modo l'integrazione politica e contemporaneamente spingere al massimo l'allargamento dell'Unione Europea
per farla diventare ingovernabile.
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Tutti gli europeisti in buona fede sono da sempre favorevoli ad accogliere nuovi paesi, ma l'entrata di nuovi
paesi richiede anche un governo europeo che decida a maggioranza e non sia più sottoposto al ricatto dei veti
incrociati dei singoli stati. Più si è, più di fatto è difficile mettere tutti d'accordo.
Ma per riformare l'Europa in tal senso ci vuole l'unanimità ed il veto britannico è sempre pronto a colpire, ogni
qualvolta gli altri membri trovano un comune accordo. Salvo poi sottolineare il fatto che l'Unione Europea così
non può funzionare. Da anni è questo l'eterno ritornello dei nemici interni dell'Europa che prima boicottano un
accordo, e dopo criticano il fatto che non si sia raggiunto.
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Dopo la caduta del governo Aznar, ad appoggiare apertamente il piano antieuropeo di Bush e Blair, è rimasto
solo il governo di Silvio Berlusconi che, dal momento del suo insediamento, non ha fatto che gettare discredito
sulle istituzioni europee rompendo la tradizionale politica europeista dei governi italiani.
Non è la prima volta che, nella sua storia, l'Italia denuncia accordi e tradisce alleanze. Nel passato vi era almeno
la giustificazione che, azioni politicamente e moralmente discutibili, servissero però al supremo interesse della
nazione. L'Italia è il paese di Macchiavelli: il fine giustifica i mezzi.
Nel 1859 Camillo Benso di Cavour viola gli accordi di Plombières stipulati con l'alleato Napoleone III, ma lo fa
per favorire il processo di unificazione politica italiana. Il 23 maggio 1915 il governo italiano dichiara guerra
all'Austria Ungheria alla quale fino a tre giorni prima era legata da un patto di alleanza militare, ma lo fa per
completare una unificazione politica giudicata ancora incompiuta. L'8 settembre del 1943, a metà della seconda
guerra mondiale, il governo Badoglio stipula un armistizio con i nemici del giorno innanzi e si schiera contro i
suoi precedenti alleati, ma lo fa ritenendo che questo agire possa evitare al paese un maggior danno.
Dove sia l'interesse nazionale italiano nel tentativo di ostacolare il processo di unificazione politica europea, non
è dato sapere. Eppure, per motivare un altrimenti incomprensibile agire, un qualche interesse ci deve essere.
Comunque, noi non crediamo sia nell'intresse del paese preparare per l'Italia un futuro di tipo latinoamericano,
assumendo il rango di provincia imperiale statunitense, in un'area di libero scambio controllata e gestita dal
proconsole britannico. Così come non crediamo che un paese come l'Italia possa da solo reggere la grande
sfida della globalizzazione: Benito Mussolini diceva "molti nemici, molto onore", si sa bene come andò a finire...
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