CINA & USA
una intesa obbligatoriamente cordiale



















la politica del dollaro debole


Con la nomina a governatore della Federal Reserve del neoconservatore
Bernard Bernanke, la politica monetaria americana nei riguardi del tasso di cambio con l'euro e con lo yen, dovrebbe proseguire sulla strada tracciata dall'amministrazione Bush sin dal momento del suo insediamento. Il mantenimento della debolezza del dollaro è quindi probabile per le ragioni politiche ed economiche che abbiamo illustrato in questo articolo pubblicato un anno fa, ma tuttora di grande attualità:  minidollaro e maxieuro.


Per quanto riguarda la Cina, invece, le cose sono più complesse: il rapporto di cambio la moneta cinese (chiamata yuan ma anche renminbi) è infatti molto meno orientabile da parte dell'autorità monetaria americana. Gli Stati Uniti sono convinti che la sottovalutazione dello yuan sia la causa principale dell'enorme deficit Usa (oltre 200 miliardi di dollari nel 2005) negli scambi commerciali con la Cina. Ragion per cui premono per una sua rivalutazione. Ma l'ultima parola spetta sempre e comunque a Pechino.

Per quanto riguarda, infine, l'Europa e il Giappone, è chiaro che una rivalutazione dello yuan si effettuerebbe principalmente tramite la vendita di dollari contro euro e yen: favorendo una ulteriore svalutazione del dollaro verso le due monete e non poche difficoltà alle esportazioni giapponesi e dei paesi dell'Unione Europea.


andamento dello yuan


Negli anni 1997 e 1998, le più rampanti economie asiatiche dell'epoca, le cosiddette Tigri d'Asia, si trovarono ad affrontare una grave crisi economica. In quella occasione, il mondo intero pregò la Cina di non svalutare la sua moneta per evitare un tracollo dell'economia regionale che si sarebbe esteso a livello planetario.

Da allora la moneta cinese (chiamata yuan ma anche renminbi ) è rimasta per anni ancorata al dollaro americano ad un tasso di cambio fissato a 8,28 yuan per dollaro: sia nell'era Clinton, quando la valuta americana era in costante ascesa, sia durante la grande svalutazione del dollaro voluta dall'amministrazione Bush per mettere in difficoltà le economie europee.


Il 21 luglio 2005, a sorpresa, la Banca Centrale Cinese ha rivalutato il cambio sul dollaro del 2,1%, annunciando che da ora in poi il cambio sarà determinato da un sistema fondato sulla domanda e l’offerta del mercato riferito ad un paniere di valute non specificate. Sempre a sorpresa, il 27 aprile 2006
la Banca Centrale Cinese che ha ritenuto di alzare i tassi sugli interessi bancari dal 5,58 al 5,85%, a fronte di un'economia che sale del 10,25% contro un 8/9% considerato ottimale per evitare squilibri sul mercato interno.

A seguito di tutte queste manovre, la rivalutazione complessiva dello yuan sul dollaro, in un anno, è stata solo del 3% (il cambio al 27 giugno 2006 risulta di 8,0085 yuan per dollaro). Gli Stati Uniti avrebbero preferito una rivalutazione del 30%.


i deficit gemelli


Da quando si è insediata l'amministrazione Bush, i conti pubblici lasciati dal presidente Clinton in largo attivo si sono rapidamente deteriorati, sino a raggiungere nel 2005 gli 830 miliardi di dollari, con un rapporto deficit PIL del 6,5%. Questo principalmente a causa di spese militari programmate e iniziate ben prima dell'11 settembre.
Parallelamente, lo sbilancio fra importazioni ed esportazioni segna un saldo negativo di 800 miliardi di dollari, dei quali 200 solo verso la Cina. (dati ricavati da http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/index.html)


In occasione della sua recente visita in USA, il presidente cinese Hu Jintao ha dichiarato: "Noi non inseguiamo un surplus commerciale eccessivamente elevato nei confronti degli Stati Uniti, abbiamo già lanciato iniziative per riformare la moneta cinese  e continueremo ad espandere l'accesso al nostro mercato e la importazione dei prodotti americani". "Prendo atto che il presidente Hu ha riconosciuto che il deficit commerciale degli Stati Uniti è insostenibile", ha subito replicato Bush.


In realtà, una delle ragioni del deficit commerciale sta anche nel fatto che gli Stati Uniti continuano a bloccare le vendite alla Cina di tecnologia elettronica ad alto livello, come i super-computer che i cinesi sarebbero disposti ad acquistare subito spendendo 16 miliardi di dollari. Un'altra ragione è il fortissimo flusso di investimenti USA in Cina, mentre quelli cinesi negli Stati Uniti vengono talvolta boicottati: come nel caso della OPA su Unocal da parte della compagnia petrolifera cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). Un'ulteriore causa del disavanzo è l'incolmabile disparità nel costo della manodopera, anche la più qualificata, che avvantaggia le esportazioni cinesi. Le cause del deficit con la Cina sono quindi molteplici, non solo il tasso di cambio.

nota bene


Per assecondare le richieste americane e svalutare del 30% lo yuan, i cinesi dovrebbero effettuare massicce vendite dollari aquistando altre valute, presumibilmente euro e yen ed in misura minore franchi svizzeri e sterline. Una tale operazione, però, pone almeno
un problema non da poco.

Se i cinesi smettessero di investire parte del loro surplus in titoli del tesoro americani, chi finanzierà l'enorme disavanzo pubblico interno (830 miliardi) creato dall'amministrazione Bush per finanziare la guerra in Iraq?
Se poi i cinesi cominciassero a smobilitare anche soltanto una frazione delle loro immense riserve valutarie investite in titoli del tesoro americani, ci sarebbe un crollo dei prezzi dei Treasuries e dei Bonds cui si accompagnerebbe il tracollo del mercato azionario e immobiliare. Uno scenario da incubo,
peggio del 1929!

Questo è quello che desiderano le "teste d'uovo" di Washington?

CINA & USA
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politica monetaria  -
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  riflessioni per l'investitore - pagina 6


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